Nel 2008 le 12 centrali a carbone in funzione, che producono solo il 13,5% dell’elettricità (a fronte di emissioni di CO2 pari al 30% del totale del settore elettrico italiano), si sono confermate gli impianti industriali che hanno sforato di più i limiti sulla CO2 fissati dall’Unione europea (Emission trading scheme - Ets). La conseguenza è che dovranno cominciare a pagare per questo sforamento: le 12 centrali a carbone sono andate infatti oltre quanto assegnato di ben 7,3 milioni di tonnellate di CO2. Una cifra enorme se si paragona con tutti gli altri 600 impianti termoelettrici italiani che complessivamente sono andati oltre i limiti di “sole” 2,8 Mt.

Al primo posto delle centrali a maggiore emissione di CO2 si piazza l’imbattibile - nelle percentuali di inquinamento - impianto Enel di Brindisi Sud che, con 14,9 milioni di tonnellate (Mt) di CO2, ha sforato di 3,9 Mt i limiti europei Ets. Sul podio anche la centrale di Fusina (4,8 Mt), e l’impianto Tirreno Power di Vado Ligure (4,3 Mt). Al sesto posto con 2,8 milioni di tonnellate di CO2 si trova l’impianto Edipower di Brindisi Nord, con uno sforamento di 1,5 MT.

Il polo energetico di Brindisi con i suoi due impianti da 2640 MW e 1280 MW, negli ultimi mesi ha visto la riapertura della partita relativa alla riduzione del consumo di carbone, come previsto negli accordi già firmati alla metà degli anni ’90. Alla luce dei record di emissioni, è quanto mai urgente provvedere a un ridimensionamento dei consumi del combustibile killer del clima.

Sommando tutti gli sforamenti delle 12 centrali, il costo per il mancato rispetto dei limiti Ets ammonta per il 2008 a 88 milioni di euro, una cifra che verrà interamente scaricata in bolletta e che nei prossimi anni continuerà ad aumentare: tra il 2009 e il 2012 il prezzo che le famiglie italiane dovranno pagare per il mancato rispetto degli impegni internazionali potrebbe superare il miliardo di euro


Tra gli altri svantaggi del carbone, occorre ricordare che è la fonte più dannosa in assoluto, perfino più di una centrale a olio combustibile di vecchia generazione e compromette il rispetto del Protocollo di Kyoto e della riduzione dei gas-serra.


{affiliatetextads 1,,_plugin}In particolare, le nuove centrali a carbone emettono 770 g di CO2 per kWh prodotto, contro i 380 di una moderna centrale a gas a ciclo combinato. Bisognerà inoltre attendere almeno 20 anni per l’applicazione alle centrali a carbone di dispositivi di cattura e stoccaggio della CO2. Infine, le centrali a carbone non migliorano la sicurezza energetica dell’Italia: oltre al fatto che il 99% del carbone è importato dall’estero, se appena dieci anni fa si stimava per il carbone una disponibilità di 240 anni, oggi il rapporto tra produzione e riserve (P/R), che indica gli scenari di disponibilità, è calato a 122 anni (fonte BP).

“Il carbone, oltre a non essere economico, non è pulito, non aumenterà la sicurezza energetica dell’Italia e non ha nessuna convenienza se confrontato con gli scenari di sviluppo delle rinnovabili e di politiche per l’efficienza energetica. – dichiara Francesco Tarantini, Presidente di Legambiente Puglia - Il pacchetto 20-20-20 approvato dall’Unione Europea richiede interventi in tutti i settori dell’economia, a cominciare dai trasporti, produzione di energia, industria e consumi nell’edilizia, ma le nuove centrali a carbone rischiano di vanificare tutti gli sforzi fatti finora”.


Se si confronta il potenziale energetico delle rinnovabili con quello del carbone, ci si trova di fronte ad una differenza eclatante: secondo lo scenario elaborato per Legambiente dall’Istituto di Ricerche Ambiente Italia nel 2020 con le sole rinnovabili si può arrivare a produrre circa 100.000 GWh all’anno di energia elettrica contro i 50.000 GWh all’anno prodotti ipoteticamente dai progetti di nuove centrali a carbone.


Con le fonti pulite è poi possibile sfruttare quasi 12 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) di energia termica, mentre su questo fronte l’apporto del carbone risulta pari a zero, visto che l’energia prodotta dalle centrali verrà usata solo per produrre elettricità e non calore. A rendere ancor meno comprensibili i progetti di nuove centrali ci sono poi le enormi potenzialità che ha l’Italia nell’efficienza energetica nel residenziale, nel terziario e nell’industria, che nel 2020 potrebbe permettere di tagliare circa 91.000 GWh all’anno di energia elettrica, quasi il doppio di quanto si ipotizza di produrre con il carbone.


Impietoso è poi il confronto sulle prospettive d’impiego: mentre i progetti di nuove centrali a carbone potrebbero garantire nei prossimi dieci anni non più di 3.200 posti di lavoro si stima che le rinnovabili possano crearne 135mila.


“A fare da corollario a quest’Italia da preistoria energetica, - conclude Tarantini - c’è poi il decreto legislativo sul nucleare che proprio oggi ha ottenuto l’approvazione del Consiglio dei Ministri sulla disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell’esercizio di impianti di produzione di energia nucleare e di stoccaggio delle scorie. A tal riguardo non possiamo non contestare l’assoluta centralizzazione delle decisioni, portata avanti dal Governo a scapito di leggi regionali e di soluzioni che puntano all’innovazione tecnologica e alle fonti rinnovabili”.

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