ARRESTI E INDAGATI - Nella vicenda sono coinvolti alcuni dei protagonisti nel campo delle telecomunicazioni. Per Silvio Scaglia, ex amministratore delegato e fondatore di Fastweb, è stato emesso mandato di arresto, ma al momento ricercato all'estero. Scaglia ha dato mandato ai suoi difensori di concordare il suo interrogatorio nei tempi più brevi per chiarire tutti i profili della vicenda. Arresto anche per Stefano Mazzitelli, ex amministratore delegato della Telecom Italia Sparkle; per Nicola Di Girolamo, senatore del Pdl eletto nella circoscrizione estera Europa; e per un ufficiale della Guardia di finanza, Luca Berriola, attualmente in servizio al Comando di tutela finanza pubblica. Risultano poi indagati Stefano Parisi, amministratore delegato di Fastweb a partire dal primo novembre 2004 e Riccardo Ruggiero, all'epoca dei fatti presidente di Telecom Italia Sparkle. Complessivamente il gip di Roma ha disposto 56 arresti.

CHIESTA L'INTERDIZIONE - La procura di Roma ha fatto richiesta formale di commissariamento di Fastweb e Telecom Sparkle. Secondo quanto si è appreso la richiesta è motivata dalla «mancata vigilanza» ed è stata fatta sulla base della legge 231 del 2001 che prevede sanzioni per quelle società che non predispongono misure idonee ad evitare danni all'intero assetto societario. Fastweb fa però sapere che nei confronti delle due aziende sarebbe stata avanzata anche una richiesta di misura interdittiva dell’esercizio dell’attività, precisando che la richiesta sarà valutata dal giudice il prossimo 2 marzo. La stessa Fastweb, in un comunicato, dice di ritenersi estranea e parte lesa in relazione alla vicenda e in ogni caso si dice pronta a garantire la continuità dell'attività ai clienti e ai 3.500 dipendenti e alle oltre 8.000 persone che lavorano per la società. Le indagini hanno avuto ripercussioni anche sulla quotazione delle due società in Borsa.

LE ORDINANZE - Sono stati i carabinieri dei Ros e la Guardia di Finanza a condurre l'inchiesta che ha portato alle 56 ordinanze di custodia cautelare. Alcuni indagati sono stati arrestati in Usa, Inghilterra e Lussemburgo. Nelle richieste di arresto ci sono anche altri ex dirigenti di Fastweb in carica tra il 2003 e il 2006 e di Sparkle. Viene loro contestato di non avere adottato le necessarie cautele per evitare che le società fittizie lucrassero crediti d'imposta per operazioni inesistenti relativi all'acquisto di servizi telefonici per grossi importi. Le parole del gip, secondo cui si sarebbe appunto di fronte ad una delle più colossali frodi della storia italiana, sono legate a diversi fattori: «l' eccezionale entità del danno arrecato allo Stato, la sistematicità delle condotte la loro protrazione negli anni e la qualità di primari operatori di borsa e mercato di Fastweb (Fweb) e Telecom Italia Sparkle».

{affiliatetextads 1,,_plugin}METODI MAFIOSI - Ma non c'è solo l'entità della frode: per il magistrato l'organizzazione smantellata dall'inchiesta è anche «tra le più pericolose mai individuate», proprio a causa dell'abituale collaborazione con appartenenti alla 'ndrangheta, cui venivano intestati beni di lusso e attività economiche degli associati. Il gip tira in ballo veri e propri metodi mafiosi per descrivere l'associazione per delinquere: «Unisce - scrive il gip - all'inusitata disponibilità diretta di enormi capitali e di strutture societarie apparentemente lecite l'eccezionale capacità intimidatoria tipica degli appartenenti ad organizzazioni legate da vincoli omertosi, la cui violazione è notoriamente sanzionata da intimidazioni e violenze che, spesso, giungono a cagionare l'uccisione sia di quanti si oppongano ai progetti delittuosi che degli stessi appartenenti al sodalizio criminale ritenuti non più affidabili».

LE ACCUSE - L'accusa è associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e al reimpiego di capitali illecitamente acquisiti attraverso un articolato sistema di frodi fiscali. Il riciclaggio veniva realizzato attraverso la falsa fatturazione di servizi telefonici e telematici inesistenti, venduti nell'ambito di due successive operazioni commerciali a Fastweb e a Telecom Italia Sparkle rispettivamente dalle compagini italiane Cmc e Web Wizzard nonché da I-Globe e Planetarium che evadevano il pagamento dell'Iva per un ammontare complessivo di circa 400 milioni di euro, trasferendoli poi all'estero. Per realizzare la colossale operazione di riciclaggio, il sodalizio si è avvalso di società di comodo di diritto italiano, inglese, panamense, finlandese, lussemburghese e off-shore. L'Iva lucrata veniva incassata su conti esteri e poi i soldi venivano reinvestiti in appartamenti, gioielli e automobili.

BENI SEQUESTRATI - Ci sono 247 immobili, per un valore dichiarato di 48 milioni di euro, tra quanto è stato sequestrato nell’ambito dell’operazione. Nel decreto eseguito dagli uomini del Ros e della Gdf, ci sono 133 autovetture, 5 imbarcazioni per un valore di 3milioni e 700mila euro; 743 rapporti finanziari; 58 quote societarie per un valore di un milione e 944mila euro. Ma anche "crediti" nei confronti di Fastweb e Telecom Italia Sparkle, per complessivi 340 milioni di euro", due gioiellerie. Inoltre il valore dei beni localizzati all’estero ammonta a circa 15 milioni di euro.

SWISSCOM: «NOI SAPEVAMO» - «Sapevamo delle accuse di riciclaggio e frode fiscale contro Fastweb quando la comprò nel 2007 e sapeva dei rischi a cui andava incontro» ha detto nel pomeriggio all'agenzia Ansa Josef Huber, capo ufficio stampa di Swisscom, la società che ha acquisito il controllo di Fastweb, aggiungendo che le accuse contro la società italiana erano di «dominio pubblico». Nella definizione del prezzo d'acquisto di Fastweb, spiega ancora il portavoce di Swisscom, che ha rilevato la società italiana nel 2007 versando 47 euro ad azione, «si tenne conto dei rischi legati alle accuse» mosse contro la società italiana. Swisscom, ha aggiunto Huber, valuterà con attenzione cosa fare nei prossimi giorni e «se le verrà richiesto, collaborerà con le autorità italiane» come «ha già indicato Silvio Scaglia».

Nicola Di  Girolamo
Nicola Di Girolamo

LA 'NDRANGHETA E LE ELEZIONI - Nel corso dell'inchiesta è emerso, come detto, il ruolo della 'ndrangheta. Tramite emissari calabresi in Germania, soprattutto a Stoccarda, l'organizzazione criminale avrebbe messo le mani sulle schede bianche per l'elezione dei candidati al Senato votati dagli italiani residenti all'estero e le avrebbero riempite con il nome di Nicola Di Girolamo. Per il senatore l'accusa è violazione della legge elettorale «con l'aggravante mafiosa». Sponsor di questa operazione di supporto nell'elezione del parlamentare, sarebbe stato l'imprenditore romano Gennaro Mokbel, collegato in passato ad ambienti della destra eversiva, e che più recentemente aveva fondato il movimento Alleanza federalista del Lazio e poi il Partito federalista. Dalle indagini si è scoperto che si sono tenute alcune riunioni a Isola di Capo Rizzuto con esponenti della 'ndrangheta per la raccolta di voti tra gli emigrati calabresi in Germania. Agli incontri avrebbero partecipato esponenti della cosca Arena. Il 7 giugno 2008 venne emesso nei confronti di Di Girolamo una misura cautelare agli arresti domiciliari, con richiesta di autorizzazione all'arresto che venne negata dal Senato (posizione che ora il Pd chiede venga rivista dall'Aula). Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, ha commentato: «Se dalle carte della magistratura emergeranno elementi, deve essere chiaro che nessuno è intoccabile. Non ci saranno impedimenti a nessun tipo di indagine». Di Girolamo ha invece bollato le accuse nei suoi confronti come «roba da fantascienza». Dicendo che «non so per quale motivo amaro mi capita questo», ha rimandato a mercoledì un suo intervento per spiegare la propria posizione.

Redazione online - Corriere.it