Con la colonizzazione di vaste zone di terra in Abissinia - aveva proclamato a Palermo - un vastissimo regno si aprirà alla fecondità dell’industria e del commercio italiano.
Solo che il Re abissino Menelik, dopo aver ottenuto dall’Italia uomini e mezzi per liberarsi del Negus Giovanni, un pericoloso capo tribale che minacciava di spodestarlo, non solo rifiutò di firmare il trattato di accettazione del ‘protettorato’ italiano, ma messo alle strette cominciò a sparare contro l’esercito italiano con le stesse armi comprate in Italia con i soldi avuti dal governo italiano. Una beffa insomma.
Ma torniamo ai moti popolari della Puglia.
Dopo l’incursione delle donne della città vecchia barese nel Municipio, l’incendio del comando dei Vigili urbani, l’arrivo delle truppe e la distribuzione gratuita di pane e farina, in piazza Prefettura a Bari, torna la calma.
Ma l’incendio appiccato nel Capoluogo già dal giorno dopo si espande in tutta la provincia dove le condizioni di vita della povera gente sono anche peggiori.
Moti spontanei di popolo si segnalano a Triggiano, Bitetto, Bitonto, Modugno, Trani, Barletta, Rutigliano, Sammichele, Gravina, Grumo e, in Capitanata, a Manfredonia, Lucera, Foggia e Cerignola. E’ una replica precisa dei moti baresi: centinaia di dimostranti assalgono e saccheggiano forni, Municipi, Preture, uffici daziari e qualche abitazione privata. Il primo fatto di sangue si segnala a Minervino dove si hanno 2 vittime.
Ma è a Molfetta che si scatena il finimondo.

Verso le quattro del pomeriggio del 1° maggio, un gruppo di quaranta ragazzi improvvisano un corteo per le strade della città. Gridano: abbasso le tasse, abbasso il dazio. E’ domenica. La gente è in strada per il solito ‘struscio’. Ai ragazzi si uniscono i giovani, gli uomini e, ancora, molte donne. Il corteo si affolla. I dimostranti cercano una bandiera da innalzare alla testa della manifestazione. Ma i circoli della Società Operaia e dell’Unione Radicale, in piazza Vittorio Emanuele, gliela rifiutano. Allora vanno al circolo dei Socialisti, ma è chiuso. Ora sono centinaia, sono arrabbiati e minacciosi. Sono diretti all’ufficio del dazio. Sulla loro strada incrociano un maresciallo dei Carabinieri: vieni con noi, gli dicono, andiamo a bruciare il dazio. Ricevutone un rifiuto il buon maresciallo viene disarmato, malmenato e trascinato a forza con loro.
All’ufficio daziario ci sono due, tre agenti e un picchetto di soldati.

La tensione è al massimo. I dimostranti, incuranti degli agenti armati e dei soldati, cominciano ad appiccare il fuoco al casotto della pesa. Gli agenti del dazio perdono la testa, estraggono le pistole e sparano. La folla, ancora più inferocita, non sapendo chi ha sparato, si lancia contro i soldati che aprono il fuoco: è una carneficina. Mezz’ora dopo, davanti al dazio, si contano 6 morti e un centinaio di feriti.
storia di bari
Il grave fatto di sangue di Molfetta induce il Governo a prendere energici provvedimenti e il mattino del 4 maggio arriva a Bari il senatore, nonché generale dell’Esercito, Luigi Pelloux che assume il comando interinale del corpo d’Armata e la reggenza della Prefettura. L’ordine è di mettere la città in ‘stato d’assedio’, ma a Bari e in provincia gli animi si sono placati. Tuttavia, gli echi dei tumulti pugliesi, finiscono col contagiare l’intero Paese e per le stesse motivazioni insorgono le città di Palermo, Napoli, Benevento, Pesaro, Ferrara, Parma, Rimini, Ravenna, Pavia e Firenze dove negli scontri perdono la vita 4 persone fra cui un cieco e un bambino. Poi, improvvisamente, il 6 maggio esplode la ricca e industriosa Milano.
Nella capitale lombarda esercito e dimostranti ingaggiano una battaglia senza quartiere. Gli scontri si protraggono per 4 giorni consecutivi. Il 10 maggio quando l’esercito ripristina l’ordine e occupa l’intera città, si contano i morti: 80 dicono le fonti ufficiali; più di 120 sostengono i rivoltosi.

{affiliatetextads 1,,_plugin}Intanto, l’8 maggio a Bari il sindaco Re David e la sua Giunta si dimettono. Il 18 giugno cade anche il Governo Di Rudinì e mentre al Comune di Bari s’insedia il Commissario Regio, Giuseppe Colucci, a Roma il Re affida al generale Pelloux l’incarico di formare il nuovo Governo che il 29 giugno riceve la fiducia del Parlamento.
Durante la sua breve permanenza in Puglia il Generale aveva potuto constatare di persona in quale drammatica condizione vivevano i braccianti, i cosiddetti ‘cafoni’, abbruttiti non solo dalla miseria ma soprattutto dalla perenne carenza d’acqua che inaridiva tutto, anche l’anima. Perciò, nel presentare in Parlamento il suo programma, Pelloux chiede… un’autorizzazione urgente di spesa per lo studio di un progetto tecnico di un acquedotto per le Puglie.
Il nuovo presidente del Consiglio sembra inconsapevole degli sforzi e delle continue interrogazioni parlamentari dei deputati pugliesi, Imbriani, Pavoncelli e Balenano, impegnati da sempre nell’annosa questione della Puglia sitibonda e da cui nasce la ‘quistione meridionale’.
Dunque siamo ancora alla delibera di spesa per lo studio di un progetto - tuona il senatore di Altamura Ottavio Serena a Palazzo Madama - la Provincia di Bari da cinquanta e più anni si affatica per risolvere un problema per lei di vitale importanza… perciò, non di un nuovo studio si ha bisogno, ne abbiamo a iosa! Ciò che occorre sapere è questo: si vuole, o no, concorrere alla costruzione del grandioso acquedotto? Se si vuole lo si dica, e si lo si dichiari per legge. Fino ad allora, la quistione apparirà sempre nuova… altrimenti, si dica chiaramente che le condizioni finanziarie dello Stato non permettono di venire in aiuto delle popolazioni delle Puglie e non se ne parli più che tanto.
La solita musica. Finita l’ammuina, dicono a Napoli, tutto torna come alle origini.
Ma al Corriere qualcosa cambia. Il giornale è ormai un’azienda consolidata e Cassano crea anche la struttura adeguata. Nomina un gerente responsabile, toglie dalla testata la dizione ‘direttore-proprietario’ lasciandovi solo quella di ‘direttore’, torna a nominare un responsabile amministrativo nella persona di Giuseppe Favia e tornano, immancabili… dicerie e malignazioni che hanno dato campo ad illazioni sulla proprietà del giornale, sono infondate - sottolinea Cassano - il Corriere non è stato ceduto, né venduto: è soltanto stata fatta una Società esclusivamente amministrativa per dare maggior incremento e diffusione al giornale.
Intanto, il 19 novembre i baresi vanno alle urne per eleggere il nuovo consiglio comunale. Fra gli eletti, il maggior suffragato è l’ex deputato Giuseppe Capruzzi, già sindaco di Bari nel 1887 e riconfermato, con una maggioranza plebiscitaria, il 26 novembre. La stampa locale plaude alla nuova Amministrazione ed esprime la speranza… ora che molti uomini nuovi siedono sulle cose del Comune… di vedere… questo Municipio preoccuparsi e provvedere seriamente, severamente a questo sconcio eterno ch’è la pulizia pubblica e tanti altri inconvenienti che danneggiano questa nostra città che chiamiamo Regina delle Puglie?

Circa un mese dopo, il 17 dicembre 1898 il teatro Piccinni inaugura, con la Bohème, la stagione lirica. Il Teatro restaurato è, per la prima volta… illuminato con la splendida luce elettrica impiantata senza economie. E’ uno spettacolo meraviglioso. Questo nostro Teatro che cominciava a pesarci addosso col vecchiume delle decorazioni, col tenebrio di una luce a gas preadamitica… ora pare che si è ringiovanito, per lo meno come un… giovanotto antico.
E’ arrivata la luce elettrica a Bari? Macché. E’ solo un assaggio voluto fra l’altro dal Commissario Regio. La luce c’è, è arrivata ad Andria, Conversano, Molfetta e Giovinazzo, ma non a Bari… poveri noi - lamenta il Corriere delle Puglie - il fulcro commerciale dell’intera regione è costretto ancora ad illuminare le sue strade con pochi lampioni a gas in centro e con altrettanti miserevoli, maltenuti lampioni a petrolio, in periferia. E la chiamiamo città.
Annus horribilis. Mentre il teatro Piccinni si accende di luce elettrica, il 21 agosto a Napoli, si spegne il compositore molese, Niccolò Van Westerhout, stroncato a soli 35 anni da un male incurabile.

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