Ma come si stabilisce l’età di una persona quando non esistono documenti certi? Una delle strade passa dai denti. E oggi, sempre più spesso, anche da software di intelligenza artificiale capaci di analizzare radiografie e restituire una stima probabilistica.

Lo spiega il professor Emilio Nuzzolese, giurisperito di odontoiatria legale e forense.

«I denti sono tra gli “orologi biologici” più affidabili che abbiamo», osserva Nuzzolese. «Si sviluppano secondo tempi abbastanza regolari e il dente del giudizio è spesso l’ultimo a completarsi, di solito tra i diciassette e i ventidue anni. Ma non bisogna dimenticare un punto essenziale: non si tratta mai di una misura matematica esatta. È una stima, con margini di incertezza».

L’intelligenza artificiale promette rapidità e apparente oggettività. Analizza un’immagine radiografica in pochi secondi e può indicare, ad esempio, una probabilità che una persona abbia più di diciotto anni. Ma proprio qui, secondo Nuzzolese, nasce il rischio più delicato.

«Il software non dice la verità sulla singola persona che abbiamo davanti», chiarisce. «Dice come si comporta, in media, una popolazione di individui con caratteristiche simili. Ma davanti al giudice non c’è una popolazione: c’è una persona, con la sua storia biologica, il suo sviluppo, le sue variabili individuali».

Il passaggio da una probabilità statistica a una conclusione giuridicamente rilevante non è automatico. Richiede valutazione, prudenza e responsabilità professionale. Conta la qualità dell’immagine, contano i dati su cui l’algoritmo è stato addestrato, conta il margine di errore. Soprattutto, conta il giudizio umano.

«La macchina può fare il calcolo», afferma Nuzzolese, «ma non può firmarne le conseguenze. Un perido odontoiatra, invece, sì».

Il punto non è rifiutare l’intelligenza artificiale. Sarebbe un errore. Il punto è capire quale ruolo debba avere nei luoghi in cui si prendono decisioni capaci di incidere concretamente sulla vita delle persone. Il rischio più noto è il cosiddetto bias di automazione: fidarsi troppo del risultato perché “lo dice il computer”. Ma esiste anche un altro pericolo, più silenzioso: che l’uso di uno strumento diventi lentamente una prassi obbligata, fino a far sembrare sospetto o scorretto il fatto di non utilizzarlo.

La storia della prova scientifica in ambito forense invita alla prudenza. Alcune tecniche, considerate per anni affidabili, sono state poi ridimensionate o messe in discussione. Per questo, secondo Nuzzolese, l’IA deve essere introdotta con regole chiare, verifiche rigorose e piena consapevolezza dei suoi limiti. «L’intelligenza artificiale può essere un ottimo assistente», conclude il professore. «Può aiutare l’esperto a ragionare meglio, a controllare dati, a individuare elementi utili. Ma non deve sostituirsi allo specialista. La decisione medico-legale resta un atto umano, perché comporta responsabilità deontologica e giuridica. La comodità dell'IA rischia di diventare prassi e poi interpretata come regola e la regola diventa difficile da disfare. Ecco perché le regole sull'uso dell'IA nella medicina legale vanno scritta ora...»

In tribunale, dunque, l’algoritmo può aiutare. Ma non può decidere da solo. Soprattutto quando in gioco non c’è solo un numero, ma il destino di una persona.