Per accorgersene basta confrontare la somma dei voti ottenuti da Forza Italia, An e dalla Dc di Rotondi (che correva da sola) nelle precedenti regionali del 2005 con il risultato acquisito in questa ultima tornata dal Pdl. In Piemonte si è scesi dal 32,6% del 2005 al 25%; in Lombardia, dal 34,7% al 31,7%; in Veneto, dal 30,8% al 24,8%. Una debacle, nonostante Berlusconi parli di vittoria e di conferma per il suo governo, capace di resistere al tentativo di “spallata” degli avversari, che ovviamente, secondo il premier, sono Di Pietro, il Pd, la magistratura, la stampa, ecc. Tutti infilati nel calderone indefinito marchiato con l’etichetta di “nemici”. In realtà, il Cavaliere è il primo sconfitto, perché, a parte Formigoni, gli altri vincitori sono di area Lega. E se si scende più giù e si arriva nel Lazio, non c’è molto di che gioire, considerando che la Polverini è più vicina agli ex An e al “rivale” Fini. I successi in Campania e Calabria non servono a risollevare il morale, perché si tratta di risultati scontati, gentile omaggio di un Pd strozzato dal grigiore vecchio dei suoi apparati, mentre la Puglia è proprio il simbolo del declino del Caimano, che ha rotto con la Poli Bortone (candidato forte) fidandosi di Raffaele Fitto, sostenitore della candidatura Palese, surclassato dal ciclone Vendola, sconfitta che ha portato lo stesso Fitto a dimettersi dal suo ministero (dimissioni poi respinte dal premier).

Inoltre, c’è il caso delle elezioni comunali, in cui il centrosinistra ha vinto 7 comuni su 9, strappando anche il feudo leghista di Lecco, anche se poi nelle provinciali il centrodestra ha ottenuto un netto 4 su 4. Per il premier, poi, c’è un problema in più: l’umiliazione subita da Brunetta, fra i ministri a più alto gradimento (secondo i sondaggi), a Venezia, sconfitto a primo turno dopo aver previsto con incosciente e consueta tracotanza la propria schiacciante vittoria. Insomma, a sorridere è solo la Lega (eccezion fatta per Castelli, bocciato miseramente a primo turno proprio a Lecco), mentre nel Pdl sembra vicina la resa dei conti tra Berlusconi e Fini: il primo nervosissimo per gli errori (che in cuor suo ritiene voluti) nella presentazione delle liste e deluso dal calo di consensi a vantaggio della Lega; il secondo seriamente preoccupato per la crescita del potere di Bossi nella coalizione, che rischia di divenire succube delle volontà leghiste, molte delle quali in netto contrasto con la visione politica del presidente della Camera. L’equilibrio, insomma, sembra parecchio instabile. Staremo a vedere come andrà a finire. Intanto, però, il dato che emerge è che il populismo movimentista della Lega raccoglie consensi, perché incarna il sentire di una parte del Paese che alla formazione di Bossi affida i propri interessi economici, nascosti dalla propaganda xenofoba e nelle leggi razziste volute dal Carroccio.

Federalismo e lotta all’immigrazione clandestina: due punti che hanno lo stesso comune denominatore, vale a dire la possibilità di far soldi. Già, perché se con il federalismo si difende il proprio orticello ricco (grazie anche al lavoro di chi non è nato nel Settentrione), con le misure restrittive e disumane sull’immigrazione si favorisce la clandestinità e, dunque, la presenza di manodopera da sfruttare a basso costo, un esercito di schiavi da spremere fino all’osso, con notevoli risparmi per le imprese. È tutta qui la vera ragione del razzismo leghista, che non è altro che il paravento dietro cui, come sempre accade, si nascondono motivazioni di egoismo economico. È stato così per gli ebrei durante il nazifascismo, è così oggi in tutte le realtà europee segnate da partiti e movimenti xenofobi, specialmente quelli che si fanno portavoce delle aree industrializzate e più ricche di una nazione e si caratterizzano per la spinta federalista o secessionista. Dunque, ciò vale per la Lega, ma vale anche, ad esempio, per il Vlaams Belang in Belgio. E di esempi simili, quantomeno nei toni razzisti e violenti, ne esistono numerosi: dal Front National in Francia al Bzö in Austria, al Pvv in Olanda, ecc.

Adesso, con questa vittoria, si attende un’ulteriore offensiva, oltre che sull’attuazione del federalismo, soprattutto sul restringimento dei diritti fondamentali del migrante, nella consapevolezza che Berlusconi lascerà campo libero, pur di non crollare e di continuare a gestire a proprio uso e consumo il governo di questo malandato Paese. Malandato perché dall’altra parte, cioè all’opposizione, regna solo confusione, incertezza, incapacità di rinnovarsi e di tornare tra la gente. Sembra che il Pd abbia paura di rinunciare definitivamente alla politica degli apparati e aprirsi ai territori, stabilendo una linea precisa, rinunciando ai compromessi, ad andare dietro al centrodestra su temi attorno ai quali bisognerebbe rispondere con decisione e fermezza, senza calcoli elettorali. E soprattutto, si continua a fare l’errore di non ammettere la sconfitta e l’infelicità delle scelte compiute. Candidare Loiero e De Luca significava chiaramente consegnare Calabria e Campania in mani altrui. Lo capiva anche un bambino, ma non il Pd che d’altra parte è ancora in embrione… Si poteva puntare su altri candidati, come ad esempio Callipo in Calabria, ma non si è voluto cedere, non si è voluto dare ascolto all’Idv che, dal canto suo, continua a crescere in misura straordinaria, guadagnando in ogni regione dai 4 ai 5 punti percentuali in più rispetto alle scorse regionali (addirittura il 7% in più nel Lazio).

Di Pietro è uno dei vincitori di queste elezioni, premiato dal suo prendere posizione, dalla scelta di parlare chiaramente, di rifiutare i “ma anche” che hanno accompagnato per troppo tempo il partito maggiore del centrosinistra. Adesso l’Idv, che sembra aver agevolmente superato le divisioni emerse prima del congresso di febbraio, si conferma come un partito forte, più radicato che in passato nel territorio e, soprattutto, ben radicato nel Paese e nel sentire civile di chi non si sente rappresentato da un’opposizione troppo morbida e balbettante. Certo, pesa su Di Pietro la scelta incoerente di appoggiare De Luca in Campania, ma sul piano elettorale ciò non ha comportato alcuno scricchiolio. Un altro vincitore, che accende altri fari sulla inadeguatezza del Pd, è Nichi Vendola, l’uomo nuovo, l’uomo che viene dal sociale, dai terreni polverosi di mille battaglie di civiltà, per i diritti, per l’ambiente, per la democrazia. Vendola è colui che, in questo momento in cui il centrosinistra sembra arenato nelle acque dense di uno stagno grigio, incarna la voglia di cambiamento di un popolo della sinistra che è stanco di turarsi il naso ad ogni elezione oppure perfino di non votare, e che vuole fortemente rivedere qualcuno che con coraggio e senza tentennamenti si presenti con la purezza di idee che corrispondono ad istanze proprie della storia della sinistra democratica, proiettate sulla società di oggi e sempre valide.

Al comizio di ringraziamento, dopo la vittoria, c’era un pubblico che, per la quasi totalità, era composto da giovani tra i 20 e i 30 anni, quelli stessi che vorrebbero vedere le proprie esigenze di lavoro, di espressione culturale, intellettuale e anche politica ai primi posti di un programma di cambiamento che in Italia manca da circa 40 anni. Chissà che il Pd non si svegli e non si renda conto che i candidati che hanno suscitato maggiore entusiasmo, cioè Vendola e la Bonino (seppur sconfitta, protagonista di un’ottima campagna elettorale), vengono da altri partiti. Forse è il momento di aprire le proprie porte e di aprirsi a chi meglio sa cogliere le istanze di un Paese che soffre non solo l’arroganza di chi comanda ma anche la debolezza e la vetustà di chi dovrebbe opporvisi. E forse Vendola meriterebbe una scelta coraggiosa e netta, che possa riportare il popolo della sinistra (e non solo) a vedere non soltanto nella Puglia, ma anche nell’intera Italia il luogo in cui voler vivere.

*Direttore –ilmegafono.org

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